Danio Manfredini

Una scheda

Pubblicato il 01/07/2003 / di / ateatro n. 054

Danio Manfredini (Casalbuttano, 1957) si è formato con César Brie e Iben Nagel Rasmussen, è cresciuto nell’’ambiente dei centri sociali, ha lavorato a lungo anche in strutture psichiatriche. Nel corso di quasi vent’anni ha prodotto rari e preziosi spettacoli, dove spesso recita solo, costruiti attraverso un feroce lavoro su di sé, un maniacale perfezionismo, una grammatica drammaturgica e gestuale complessa e raffinata ma di immediata comunicatività ed efficacia: tra di essi, La crociata dei bambini da Brecht (1984), Miracolo della rosa da Genet (1988), La vergogna (1990), Tre studi per una crocifissione (1997), nume tutelare Francis Bacon, e Al presente, più scopertamente autobiografico, che ha debuttato al Festival di Santarcangelo nel 1999. Di recente ha collaborato con Raffaella Giordano (alla drammaturgia) e con Pippo Delbono (come attore e cantante).
Nel teatro italiano rappresenta una luminosa eccezione. Il suo è un percorso artistico eccentrico, i suoi lavori non sono prodotti più o meno riusciti, ma organismi viventi, che nascono, crescono e poi – forse – muoiono, quando il loro autore percepisce che l’’energia che li animava si è spenta, oppure ha preso un’’altra direzione e ha bisogno di una nuova forma. Il suo non è solo teatro, o meglio la scoperta – quasi il “miracolo” – di uno dei teatri possibili. E’ pittura, perché nei suoi gesti minimi e ineluttabili si condensano insieme la traiettoria della mano che traccia il segno e il segno stesso. E’ danza, nel ritmo e nella concatenazione dei movimenti, nell’’occupazione dello spazio. E’’ poesia, nella riflessione sulla marginalità e sul diverso che costituisce forse il filo rosso di tutto il suo percorso: sofferta e mai esibita, che rifugge da ogni sentimentalismo e banalità.
Li mostra di rado, i suoi spettacoli, perché sono viaggi nell’’amore e nel dolore, scavi dentro di sé e dentro la propria ricerca dell’’altro, e avvilirli nella routine delle repliche e delle tournée sarebbe un inutile spreco, quasi un oltraggio.
Se però parlate con molti degli artefici e degli appassionati del nuovo teatro italiano, scoprirete che Danio è un maestro segreto, che nei suoi seminari ha segnato numerose carriere artistiche: con il suo rigore, la sua esperienza, la sua saggezza, e ovviamente una competenza acquisita attraverso anni di prove, di improvvisazioni e di ricombinazioni drammaturgiche. Ma è soprattutto la sua integrità di artista a offrire un esempio e un punto di riferimento importante per tutti.

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