Voglio una vita spericolata, voglio una vita da scritturata
L'intervento a M*RDA | Buone pratiche | Per farla finita col lavoro teatrale il 12 febbraio 2025
Il 12 febbraio 2025 il Teatro Fontana di Milano ha ospitato M*RDA | Buone pratiche | Per farla finita col lavoro teatrale, un “Tavolo di orientamento pratico per giovani artisti dello spettacolo su contratto nazionale, tutele sindacali e stato dell’arte”, a cura di Associazione Culturale Ateatro e Teatro Fontana, coordinato da Patrizia Cuoco.
Il video del pèomeriggio è disponibiule sul canale YouTube di Ateatro.
Nel corso dei prossimi giorni pubblicheremo alcuni degli interventi. Dopo quello di Simone Faloppa, ecco quello di Debora Zuin, attrice.
Buongiorno grazie di essere qui
Una giornata densa di argomenti, anche piuttosto tecnici: Nuovo Contratto Nazionale, Codice dello spettacolo, considerazione sull’ultimo DM di ripartizione ex FUS, al secolo FNSV dove F sta per fondo, N per nazionale, S per spettacolo e V per vendetta.
Verso il rinnovo del contratto nazionale
Personalmente cercherò di portare oggi una testimonianza e un punto di vista soprattutto da attrice, quale sono, ancora almeno per il momento, prima di ritirarmi sulle montagne ad allevare pecore.
Attrice che si occupa da anni di welfare e politiche del lavoro nel mondo dello spettacolo, sono cofondatrice infatti dell’associazione Amleta, nata per monitorare politiche di genere e contrastare le molestie nel settore dello spettacolo dal vivo e non solo, sono tesserata da anni al sindacato, perché penso che per pretendere si debba anche sostenere e per criticare meglio farlo dall’interno, e col quale sto seguendo l’iter, insieme a Simone Faloppa qui presente, che si spera porterà al rinnovo del contratto nazionale teatri e interpreti, e sono legata ad altre realtà più o meno trasversali che ho cofondato e/o seguito o perso negli ultimi 15 anni come Facciamolaconta, quella del CONTIAMOCI (rif. all’intervento di Faloppa), Attrici e Attori Uniti, 0.3 per chi se lo ricorda, La primavera di Milano, Torre Galfa, etc, etc, etc…
Vorrei quindi provare a raccontare attraverso la mia esperienza di professionista del teatro cosa è stato fatto a livello istituzionale, cosa non è stato fatto, cosa è stato destrutturato e a volte distrutto, cosa sarebbe auspicabile ottenere e quali sono le necessità da un punto di vista sistemico che riguardano prima di tutto il lavoro e la professione.
Alcune note sul nuovo DM
E partirei da una domanda che io purtroppo o per fortuna ancora mi pongo quando penso al mio mestiere:
Perché?
Quale necessità mi muove oggi, qual è il senso che voglio dare ancora a ciò che faccio. La misura di questa necessità, o l’impatto di questo dare senso, non è quantificabile da nessun decreto ministeriale nè da parametri per l’assegnazione del fus o FNSV e nemmeno in generale da clausole o paragrafi di contratti nazionali.
Il linguaggio, la pratica del teatro come mezzo artistico e creativo per veicolare, comunicare idee, storie, pensieri ha bisogno di conservare e riscoprire continuamente il proprio senso di esistere : etico, creativo, politico, evolutivo, collettivo nel suo fare e nel suo farsi.
Allora mi confondo un po’, e sottolineo mi confondo, quando sento parlare all’interno di direttive istituzionali di contemporaneità e utilizzo di diversi linguaggi, che dovrebbero coesistere e arricchire con videoproiezioni, musica, danza, arti scultoree e chi più ne ha più ne metta, il linguaggio verbale e narrativo, per renderlo più fruibile e accattivante ad un pubblico che è bombardato di informazioni ogni secondo della propria esistenza. Mi confondo un po’ quando sento parlare di visioni trasversali capaci di generare differenti modalità di rappresentazione o di prossemica sociale, e non solo spaziale, e penso che tutto questo sia legittimo e sacrosanto, se vogliamo parlare di teatro del presente, ma è come se tra le righe si dichiarasse la secondarietà di quello che è il compito principale del teatro: raccontare storie, raccontare umanità: quando c’è uno spazio, una persona che racconta e una che ascolta, diceva Peter Brook, allora quello è teatro.

M*RDA | Buone pratiche | Per farla finita col lavoro teatrale, 12 febbraio 2025, Milano Teatro Fontana: la parola a Debora Zuin
Dovendo studiare un po’ il DM famigerato 2025/2027 di ripartizione dei contributi del fondo nazionale per lo spettacolo F N S V per Vendetta, e non essendo così abituata a quel particolare tipo di lessico, ho sentito una specie di malinconia interiore, pensando a come il diritto alla creatività, il compito di produrre cultura, avessero la necessità di essere obbligatoriamente codificati e mi è sembrato, oggi più che mai, di vederli intrappolati in una gabbia vera e propria (di algoritmi, punteggi, parametri).
Certo posso essere d’accordo con quei punti che chiedono sostegno agli artisti indipendenti, alle nuove generazioni, alle nuove scritture under 40, alla parità di genere, in quel documento piuttosto sacrificata rispetto a ciò che era stato proposto (e ci tornerò più avanti), ma ho anche pensato che per esempio, se io oggi volessi presentare a un produttore non privato (non privato perché il privato mi chiederebbe all’89 per cento la presenza di un nome conosciuto nel cast, preferibilmente cinematografico, quale io non sono) dovrei attuare una serie di strategie per garantire in quel progetto:
la presenza di under 35/32/25, di una drammaturga o drammaturgo under 40, vivente, anzi (ndr) di una drammaturga o drammaturgo under 40, virgola, o un autor vivente, un/una/* videomaker, un video artist che mi aiuti grazie per favore, un’esperta in AI che non guasta mai, un professore universitario di sociologia per capire come portare il mio lavoro anche fuori dagli spazi più convenzionali in dialogo con la cittadinanza (forse ancora meglio un urbanista o una studiosa di politiche sociali), cittadinanza preferibilmente del quartiere di riferimento del teatro, prevedendo la possibilità di una performance di presentazione in anteprima site specific magari, un melting pot di lingue e linguaggi (che suona quasi hardcore), con il contributo di qualche residenza artistica trovata nei mesi precedenti (straniera sarebbe il top) e possibilmente con un piccolo bando già vinto (anche lì non proprio semplice); ovvero impiegherei almeno tre anni per trovare le quadra, per convincere qualcuno a sostenermi e sostenere i costi di tutte queste collaborazioni (ammesso che le si voglia tutte pagare), probabilmente perdendonci o rimettendoci economicamente (già successo perché tendo a pagare tutti anticipamente) ma con la felicità di aver trovato un contenitore appetibile dove tutto ciò che potrebbe fare punteggio ministeriale c’è, con magari anche la botta di fortuna di essere stata abbastanza lungimirante da essermi accaparrata precedentemente, in tempi non sospetti, i diritti di una scrittrice o scrittore, di qualsivoglia autor di best seller, che richiami un pubblico ancora più vasto.
Le mie sono esagerazioni ovviamente, estremizzazioni, anche perché volevo onorare il titolo provocatorio che è stato dato a questa nostra giornata di incontri, ma muoversi da “indipendente” è difficile, e per indipendente intendo una, un artist* alle prime armi che senta il bisogno di dire o raccontare qualcosa o alle ultime armi che abbia ancora voglia di dire o raccontare qualcosa, che è slegato dalle logiche dei finanziamenti e ha per questo veramente bisogno di essere sostenut*.
Per fortuna, al di là del rispetto di paramentri e algoritmi, esistono realtà che ostinatamente, e con non poche difficoltà, provano ad accogliere progetti più articolati e lungimiranti del semplice “spettacolo appetibile al pubblico”: teatri, compagnie, festival, che si assumono sulle proprie spalle quel rischio culturale di cui parla Cresco nella lettera aperta a proposito sempre del DM ex fus FNS V per vendetta 2025/2027 e che vi invito a leggere se non l’avete ancora fatto. Rischio culturale e pure rischio di libertà creativa, aggiungo io, dei quali dovremmo tentare di riappropriarci, al più presto .
Dammi una vita da scritturata, di quelle che non dormi mai
Abbiamo parlato di una possibile me artista indipendente, ora parliamo di me come attrice scritturata. Se l’anno è buono e sono stata fortunata, allora significa che ho trovato una produzione che mi assume, con o senza partita iva , per un numero cospicuo di settimane o per qualche mese, ad una paga consona alla mia storia, alla mia età che sta diventando piuttosto veneranda e che riesca a garantirmi una tournée di lunga tenitura, sempre più rara – anche grazie a quella destrutturazione che è stata fatta nella prima versione Franceschiniana della legge del 2017 e che perdura nelle bozze dell’atteso codice dello spettacolo che forse non vedremo mai- vista la vita breve di molte produzioni, soprattutto dei Nazionali, a favore di un numero più alto di spettacoli, a volte molto onerosi, che nascono e muoiono lì, costruiti con giornate di prova ridotte all’osso (per fortuna che avevamo a suo tempo inserito nel CNL il minimo di 21 giornate, non sufficienti però e che quindi andrebbero nuovamente incrementate nel prossimo contratto nazionale).
Se mi è andata bene, ripeto, non ci rimetterò troppo per pernottare e mangiare in giro per l’Italia, vista la mia paga soddisfacente, altrimenti dovrò intaccare quella paga perché la diaria minima che oggi è a mia disposizione non mi basterà. E questa è un altra delle richieste in sede di rinnovo del contratto nazionale.
Dovrò inoltre sperare che i testi scelti dai produttori grandi o piccoli che siano, abbiano dei personaggi che oggi io posso interpretare, o che loro pensano che io debba o possa interpretare, che le storie non richiedano solo la presenza di giovani, ma assicurino un’intergenerazionalità degli interpreti e delle interpreti all’interno dei cast.
Amleta ha lanciato qualche mese fa una campagna che si chiama “vogliamo il 50/50”, in risposta ai risultati della sua mappatura sulle presenze di genere sui palcoscenici italiani e come sostegno alle proposte fatte sia per il DM FNSV, sia per il Codice dello spettacolo. Campagna che è stata poco compresa e considerata una richiesta eccessiva: perseguire il 50 per cento di presenze femminili del comparto artistico nelle programmazioni deve essere sembrata una follia.
Ricordo qui, ad esempio, che il teatro inglese si occupa di parità di genere e pari opportunità sui palcoscenici dal 1970, noi siamo ancora molto acerbi rispetto a queste tematiche. Come quelli che riguardano la maternità, le molestie nei luoghi di lavoro, la malattia, la vecchiaia.
Se invece, per me attrice, è stato un anno meno buono, dovrò districarmi tra lavori un po’ più diversificati, inerenti alla mia professione, ma non solo “di palco” (stiamo diventando tutt* espert* in molte, troppe cose), cercando sempre di monitorare che, anche in casi in cui finanziariamente il mio datore o datrice di lavoro non possa, per motivi veri e legittimi, avere a disposizione troppi fondi per il mio cachet, sia almeno rispettato il contratto nazionale a cui io tanto tengo, e spero anche i miei colleghi e colleghe abbiano imparato a fare, ormai.
Se l’anno invece è particolarmente ostile, allora ho a disposizione (se ho lavorato abbastanza precedentemente) il sostegno economico della Naspi o saltuariamente qualche incentivo di Nuovo Imaie. Non ho certamente più a disposizione l’Alas, che è stata cancellata e che fu invece una conquista epocale e straordinaria: un sussidio di stato per i lavoratori precari, ossia autonomi dello spettacolo.
L’indennità di discontinuità
Quando mai si era vista! E’ stata ovviamente tolta per fare spazio a quell’indennità di discontinuità il cui iter molta vita ha rubato a tanti e tante di noi e il cui senso di intervento sistemico profondo è stato letteralmente fatto a pezzi per ridurre il tutto ad un ennessimo sussidio/contentino che nulla aveva a che fare con il suo significato originario. Tra l’altro oggetto di propaganda politica personale dell’allora ministro Sangiuliano che non aveva mai partecipato alla stesura di quella proposta di legge. Un caso ecclatante di incomprensione da parte della politica di ciò che il mondo dei lavoratori e lavoratrici dello spettacolo sia e di cosa abbia bisogno.
E qui veniamo alla parte finale del mio intervento: abbiamo allora la politica e le istituzioni da una parte che difficilmente intercettano non solo il senso necessario e utile dell’arte dello spettacolo, ma spesso bocciano le proposte, le fraintendendono o le infarciscono di termini e indicazioni probabilmente ad personam e soggettivamente interpretabili: nel DM per esempio, riguardo alla parità di genere era stata chiesta una specifica diversa, che traghettasse verso le pari opportunità – di presenza e salario nonché rispetto all’età – registe, interpreti e drammaturghe e non solo soggetti nei ruoli di governance; un secondo esempio potrebbe riferirsi alla questione ignorata e quindi peggiorata della saturazione del mercato per i troppi attori e attrici che vengono immessi nel mondo del lavoro ogni anno dalle accademie, e che andava arginata a suo tempo, quello della 175 del 2017 di Franceschini e non irrimediabilmente incrementata.
Dall’altra parte abbiamo il Sindacato (non parlerò delle associazioni di categoria) che non riesce più a avere un peso all’interno di aziende e soggetti produttivi soprattutto nazionali. Ricordo fino agli anni 2000, figure di rappresentanza sindacale molto presenti all’interno per esempio del Piccolo Teatro, in continuo dialogo più o meno pacifico con la direzione del teatro, ma questa è una deriva che riguarda tutti i settori lavorativi di questo paese, è endemica.
Infine ci sono la stanchezza o il poco coinvolgimento dei colleghi e delle colleghe che nonostante tutte le azioni intraprese per la categoria negli ultimi anni, nonostante il fermo per Covid, nonostante il tentativo di spiegare e di informare continuamente e assiduamente, investendo molto del nostro tempo che in questo caso non è denaro, non riescono ad appassionarsi, concedendo solo rari slanci di interesse, rari e assai labili. Alla base di questo c’è probabilmente un semplice lassismo di fondo, per il quale se ti chiedono di leggere un copione ti accendi, se ti chiedono di leggere un contratto nazionale ti annoi. Oppure consciamente o inconsciamente lavora ancora in molte e molti di noi il principio che i lavori artistici siano un bel passatempo, un hobby, per i quali non è lecito chiedere diritti, o che il lavoro artistico e creativo in quanto libero e fondamentalmente anarchico non debba sottostare a nulla di istituzionalizzato. Il risultato è comunque quello di un’assenza di massa critica, che non permette nessuna azione sul sistema generabile dall’interno di quello stesso sistema.
Allora qual è la soluzione?
L’eterno Gioco del’Oca
Cosa possiamo fare ancora? Siamo stanchi o ancora abbiamo la forza di proporre, di costruire? Volevo intitolare il mio intervento l’eterno gioco dell’oca, perché tutte le riforme o i cambiamenti richiesti negli ultimi 20 anni alle istituizioni sono sempre state deludenti o non confortanti: sempre in balìa dei cambi ai vertici della politica: ogni due passi in avanti si è retrocessi al punto di partenza, un viaggio estenuante.
Servirebbe meno incidenza politica nei cda e ai vertici dei teatri più sovvenzionati, servirebbe un patto di solidarietà tra imprese e lavorator* perché tutte quelle possibili azioni capaci di migliorare il nostro settore bypassino la politica o le istituzioni.
Nel dicembre 2021 in Francia è stata siglata una carta per la parità di genere: una dichiarazione di intenti con 18 primi firmatari tra direttori e direttrici di realtà nazionali, ovvero centri di produzione nazionali, ai quali se ne sono aggiunti altri per un totale di 38. Si sono incontrati durante un’edizione del Festival di Avignone, hanno parlato e hanno deciso di fare così. Noi non possiamo contare su una realtà corrispondente al Festival di Avignone, dove il mondo del teatro generalmente si da appuntamento per confrontarsi, ma qualche soluzione si potrebbe trovare lo stesso.
Penso che se le imprese ci avessero sostenuti, quando l’indennità di discontinuità – per capirci una sorta di chomage alla francese, che andava a coprire le giornate non lavorate definendo una volta per tutte la natura discontinua del lavoro artistico, per permettere ai lavoratori di occuparsi di nuovi progetti o formarsi senza dover per forza morire di fame – probabilmente avrebbero compreso che quel sostegno avrebbe coperto anche i periodi di preparazione agli spettacoli che ovviamente non vengono pagati per alcune figure professionali, al momento. Periodo di preparazione che si chiederà di considerare probabilmente nel nuovo contratto nazionale degli scritturati. Penso che attuassimo questo patto di solidarietà e ascolto non si dovrebbe ripetere all’infinito di adottare i protocolli antimolestie/Codici di condotta che sono lì dal 2019 e bellamente ignorati nonostante le sollecitazioni di Amleta, Agis, sindacato ed Europa.
In Belgio il 17 Febbraio sarà sciopero nazionale, i teatri di Belgio e Vallonia hanno già dichiarato che aderiranno a questo sciopero generale. Io mi aspetterei questo dai nostri teatri, tornare a far parte di una società civile in qualità di soggetti sociali. Ammesso che si riuscisse a fare uno sciopero generale, con adesione di tutte i 3 principali sindacati, cosa che in questo paese sembra diventato ormai impossibile.
Servono insomma strategie diverse, che trovino terreno di fiducioso scambio all’interno del sistema, tra i vari soggetti del sistema.
Voglio comunque terminare con parole di speranza, dicendo che il mio rimane tra i mestieri più belli del mondo, precario o meno che sia, e immagino che tutti i presenti siano ancora qui a parlarsi perché caparbiamente sentono certe responsabilità: quella di un’eredità che arriva dal passato, quella sul presente e per il futuro.
Responsabilità bella da condividere, come comunità, come collettività, perchè il teatro è un’arte collettiva, nasce come arte collettiva.
Abbiamo ancora il privilegio di poter pensare come parlare alla società, di cercare di essere ancora un baluardo di resistenza umana, emotiva, intellettuale e i termini etica, politica, diritti, umanità, sono delle parole belle, da conservare nei nostri cervelli, da tenere sulla punta della nostra lingua e difendere nei fatti.
Grazie ancora per l’invito ad Ateatro e al Teatro Fontana. Stasera spettacolo di Carlotta Viscovo che parla di questo e molto altro e che ringrazio per molte cose ma soprattutto per il suo coraggio e per aver ispirato anche l’incontro di oggi.
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