Servono coraggio e sensibilità per rovistare nel cuore
I parenti terribili di Jean Cocteau per la regia di Filippo Dini
Figura complessa, multiforme, paradossale: artista poliedrico, dadaista, oppiomane, cattolico, omosessuale, Jean Cocteau è attore di se stesso, «vive di contraddizioni continue, di maschere che cancellano il volto e di volti che sembrano travestimenti», come scrivono Luca Scarlini e Marco Dotti in Cocteau AZ (Electa, 2022). Nel 1938 spiazza il pubblico parigino abituato alle sue sperimentazioni provocatorie presentando una commediola dal perfetto impianto borghese e facendola implodere con una forte carica psicanalitica. Formale ritorno all’ordine, I parenti terribili svelavano in realtà la crisi intestina della Francia della Terza Repubblica, mettevano uno specchio ricurvo davanti all’istituzione familiare costringendola a guardare le proprie ipocrisie e deformità. Tradizione e scandalo. Successo e polemiche. Le repliche furono interrotte, e di nuovo, nella Parigi occupata del 1941, la pièce subì la censura per gli attacchi veementi della stampa collaborazionista. Nel 1945 sarà la prima memorabile messinscena teatrale di Luchino Visconti all’Eliseo di Roma (l’anno seguente allestirà anche una versione francese) e nel 1948 uscirà il film diretto dallo stesso Cocteau.

Milvia Marigliano, Giulia Briata, Cosimo Grilli e Filippo Dini (Foto Serena Pea)
Inevitabile ricordare questi precedenti mentre si guarda la versione firmata da Filippo Dini per il Teatro Stabile del Veneto, una versione nervosa, monocorde, frettolosa, con una recitazione sopra le righe che annulla le sfumature, evita gli indugi, elude i sentimenti. Sembra non esserci tempo per lasciare emergere la tensione erotica di una storia che l’autore aveva filmato come da un buco della serratura. O forse è proprio questo che vuole dirci lo spettacolo, che le passioni non sono più possibili perché menzognere? Ma non era lo stesso Cocteau a definirsi “una menzogna che dice sempre la verità”?

Cosimo Grilli e Mariangela Granelli (Foto Serena Pea)
Dopo un’iniziale scena onirica che vorrebbe richiamare l’immaginario surrealista, la storia procede come da copione: Michel (Cosimo Grilli) è innamorato di Madeleine (Giulia Briata) ma i genitori ostacolano il loro matrimonio: la madre Yvonne (Mariangela Granelli) perché morbosamente legata al figlio, il padre Georges (lo stesso Filippo Dini) perché a sua volta intrattiene una relazione con la ragazza, mantenendola da tempo, senza che lei sappia della parentela fra i due suoi amanti. A complicare le cose c’è anche Léonie (Milvia Marigliano), che ha sacrificato i suoi sentimenti per George in favore della sorella Yvonne, accettando però di vivere con loro, a metà fra una confidente e una badante. Emergono segreti, maneggi, dipendenze, ricatti psicologici, fino all’epilogo mortale che innesta in questa specie di vaudeville i toni della tragedia.

I Parenti terribili, regia di Filippo Dini (Foto Serena Pea)
Per quasi tutto lo spettacolo il pubblico si diverte e ride, anche quando le battute sono prevedibili. A volte sembrano perfino risa registrate per quanto sono precise e puntali. Quello che nel ’45 Massimo Bontempelli definì un “budino drammaturgico” salvato dal prezioso realismo di Visconti e dalla straordinaria recitazione di un pugno di grandi attori (fra cui Rina Morelli e Gino Cervi) diventa così una sitcom colorata dai costumi sgargianti di Katarina Vukcevic e ingabbiata nella scenografia di Maria Spazzi. Come indicato dall’autore e in continuità con la tradizione degli allestimenti dei Parents terribles, si alternano due interni contrapposti che alludono eloquentemente alla natura interiore dei personaggi. Da una parte (nel primo e nel terzo atto) la camera da letto di Yvonne, dove il caotico scompiglio rinvia al disordine morale della famiglia “terribile”, e manca l’aria, non ci sono finestre da aprire sul mondo ma tutto si riduce alla soffocante dimensione domestica. Dall’altra (nel secondo atto) la casa della giovane Madeleine, ordinata e luminosa come, apparentemente, è la ragazza. Bella l’idea di issare le pareti del primo ambiente, occupato dal grande letto sfatto con la consustanziale figura di Yvonne in vestaglia, per lasciarle incombere, sospese come un labirinto mentale, sul secondo spazio con il solito salottino, gli scaffali di libri e tanto di scala a chiocciola «alla prima quinta a sinistra». Le luci di Pasquale Mari, con la consueta esattezza e discrezione, fanno il resto.
Con questo spettacolo, Filippo Dini chiude una trilogia dedicata alla famiglia. Dopo Ibsen e Tracy Letts, torna con Cocteau a occuparsi di ruoli e fragilità, di maschere e psicosi, in particolare della ridefinizione della figura femminile:
Quando ho avuto la fortuna di mettere in scena Casa di bambola, ho raccontato la donna-moglie, la riformulazione della coppia, così come pensavamo di conoscerla. In Agosto ad Osage County, ho conosciuto la donna-figlia, e il peso che la povera Barbara aveva scelto poco consapevolmente di portare a causa del dominio che la madre aveva imposto su di lei. In questo, credo ultimo, atto, mi propongo di scoprire la donna-madre, all’interno di un contesto ambiguo e morboso.
Tuttavia dell’opera di Cocteau non resta che un collaudato dispositivo teatrale se non si lasciano emergere le intricate implicazioni emotive, se non si esplora l’inconscio testuale senza tesi predefinite, senza ricondurre anche questa vicenda all’ideologia dominante della cultura patriarcale (come fa la psicoterapeuta Marina Miscioscia in un intervento che accompagna le note di regia). Se insomma, capovolgendo le parole che Léonie rivolge a Georges nel terzo atto, il teatro continua a fare quello che sa fare: rovistare nei cuori, senza paura di quello che può trovare, proprio perché nel cuore c’è di tutto.

Filippo DIni e Mariangela Granelli (Foto Serena Pea)
Tag: CocteauJean (2), StabiledelVenetoTeatro (11)